Galantuomini
29/11/2008 - 11:24
Di Edoardo Winspeare
È un film che spiazza e che sconcerta, ma non è male; con qualche riserva sul finale il film mi è piaciuto; il finale aperto va un po’ di moda, ma nel caso in questione dà l’impressione dell’allungamento pretestuoso di una vicenda già irrimediabilmente segnata, e senza possibili alternative, al solo scopo di mostrare un amplesso tra i protagonisti; (che poteva essere rappresentato meglio in forma onirica).
Ciò che spiazza del film è la storia di una dark lady fascinosa ed intrigante, inserita in un contesto realistico paesano, dove non mancano note di folclore e paesaggistiche locali e riferimenti precisi alla realtà della criminalità odierna; una doppia vita di Lucia, questo è il nome della protagonista, ottimamente interpretata da Donatella Finocchiaro, che coinvolge in una pericolosa doppia vita anche la parte buona della società, cioè il giudice.
Indubbiamente questa moderna fanciulla cavaliere errante che comanda a bacchetta un manipolo di sanguinari ed incalliti impostori e che nella sua vita visibile è una rispettabile madre di famiglia, un mezzo angelo ed mezzo diavolo quindi, esercita un certo fascino sullo spettatore, anche se la vicenda appare improbabile; ma a ben pensarci simboleggia a modo suo tanta delinquenza di vario genere e tipo che oggi si cela dietro rispettabili apparenze.
Ad ogni modo il film funziona, crea una iniziale alea di mistero che via via si dipana, i repentini salti di tempo e di luogo sono efficaci e funzionali all’intrigo che è molto ben congegnato; l’unico difetto, dicevo, sta nel finale, più incompiuto che aperto.
il matrimonio di Lorna
23/09/2008 - 10:15
di Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne
Eccellente.
I fratelli Dardenne in questo film allargano l’inquadratura ed aumentano la profondità di campo, sia in senso strettamente cinematografico che in senso metaforico e questo loro sguardo coglie l’essenza della civiltà europea in cui viviamo e di quella dei barbari che premono ai confini; in questo film i protagonisti hanno una nazionalità ben nominata, belga, russa, albanese; il Belgio (e l’Europa in generale) è l’eldorado cui tutti aspirano, sia i faccendieri malavitosi, comunitari e non, sia gli sfigati della vita, comunitari e non; si lotta per la vita, si vive per i soldi, con i cuori induriti, in un territorio dove è stata fatta tabula rasa dell’etica ed dei sentimenti.
Storie di mafia e di immigrazione, con un intreccio quanto mai ingarbugliato; storie senza pietà umana in film in un certo senso speculare alla promessa, in cui le parti tra immigrato e faccendiere sul posto sono invertite; una partita a scacchi dalla strategia complicata, dove l’apertura prevede un gambetto in cui il primo pedone mosso viene sacrificato e di lui non ce ne dovremmo più ricordare; ma qualcosa non gira per il verso giusto e non asseconda le attese dei malavitosi; il pedone si innamora della donna e non vuole più farsi mangiare e la donna, di certo non innamorata ma impietosita, non lo vorrebbe più sacrificare, si accontenterebbe di uno scambio alla pari.
La briciola di pietà umana che è rimasta nel cuore di Lorna affiora e fa crollare, con effetto domino sui matrimoni a catena progettati, tutta l’impalcatura costruita su di lei dal sistema malavitoso; lei ne esce a testa alta, seppure probabilmente con le gambe in avanti, che non vediamo perché i Dardenne al solito elidono e troncano, quando mostrare non è strettamente necessario; ma sanno guardare dentro le persone e attraverso le cose e la con la loro arte produrre momenti alti di cinema, come la scena di sesso (o di amore) col tossicodipendente; la promessa di Lorna e la complicità anche postuma che si instaura tra i due, pongono questo film sulla soglia del capolavoro.
La Mamam et la Putain
27/05/2008 - 19:21
È uno di quei film di cui ho sempre rimandato la visione al giorno dopo, sperando che quel giorno non arrivasse mai. Puntuale invece è arrivata la resa dei conti: un film di tre ore e mezza tutto in una camera, o quasi; adesso esagero un po’, ma lo dico tanto per rendere l’idea; tre ore e mezza che scorrono via in scioltezza, tanto il film appassiona; la trama è ridotta al minimo e le situazioni si pongono e si ripropongono, con piccole mutazioni di volta in volta, facendo ogni volta un passetto in avanti; un passetto avanti verso dove? È bravo il regista a non far capire dove andrà a parare, lasciare un certo sospeso per quello che potrà succedere, dove, nel contesto creato, tutto sembra possibile; potrebbe essere un dramma o un melodramma, potrebbe essere una tragedia; tutto viene mantenuto in precario bilico fino alla fine.
I dialoghi sono la vera forza di questo film e la regia, nella sua assoluta semplicità e linearità, un io narrante voyeuristico ed invisibile, ne asseconda lo svolgimento e l’atmosfera.
Una mamma ed una puttana, ciò che ogni uomo vorrebbe avere per donna; ma non potendo ottenere tutto ciò da una sola donna, Alexandre (Jean-Pierre Leaud), il protagonista del film, ci prova con due; ma anche con due alla fine della vicenda l’impresa si rivela impossibile, perché … perché … ci si mette di mezzo l’amore.
Film tardivo della novelle vague, 1973, del regista Jean Eustache, autore di pochi film, morto giovane suicida; un film che nelle intenzioni vuol essere sperimentale, controcorrente, provocatorio e spregiudicato, fatto con l’intento di sferrare colpi bassi allo spettatore; è si, un prodotto della novelle vague per stile e contenuti, ma è anche un film atipico che occupa una posizione unica e particolare nella cinematografia; è un film trasgressivo per la sua epoca, sbocacciato sia nel linguaggio che nelle immagini, ma mai volgare; un film arrabbiato che vorrebbe fare arrabbiare, ma che alla fine
ma mai volgare; un film arrabbiato che vorrebbe fare arrabbiare, ma che alla fine commuove.
È la storia di quello che diventa un menage a tre: Alexandre, bamboccione nullafacente, Lui; Marie, la sua convivente, un po’ più anziana di lui, che lavora e lo mantiene, la mamma; libero sesso in libero amore per entrambi, ma con giudizio, la gelosia è sempre in agguato; la disinibizione trova freni ed ostacoli nei risvolti più impensati; poi arriva Veronika, la puttana, infermiera extracomunitaria, che vive in ospedale, arrangiandosi soprattutto coi medici del reparto durante le guardie; non ha problemi ad andare a letto con chicchessia e quindi non si nega nemmeno a Alexandre; ne nasce il menage a tre, vanno d’accordo, vanno nello stesso letto, si scambiano, ma poi litigano, si creano crepe e tensioni, scenate, il tarlo della gelosia talvolta è più forte di loro, seguono riappacificazioni e rasserenamenti, ma alla fine Veronica cede; si innamora e si sacrifica, rinuncia al sesso e sposerà Alexandre, da cui aspetta in figlio.
Veronica diventa strada facendo la protagonista; la sua è una metamorfosi; da immigrata che tira a campare come può, a divertirsi come può, spregiudicata col sesso, le piace il pene (non lo chiama proprio così), lo dice e se se ne compiace, si sente moderna e spregiudicata, si redime da puttana a mamma; la sua quasi ninfomania sublima nell’amore puro, non le interessa più il sesso, scopre l’amore, un amore a tre ma vero, fa un passo indietro nel rapporto con Alexandre, vuole solo un bambino che assomigli all’uomo che ama.
Il film mi è molto piaciuto e non mi sembra affatto datato; un film postsessantottino che in realtà pare di più un film ex evento di “prima della rivoluzione”, senza avere forse l’autocoscienza di esserlo; comunque più Bertolucci che Garrel e soprattutto tanto Eustache, grande e sfortunato regista.
La Banda
14/04/2008 - 22:04
Bellissimo film del regista esordiente Eran Kilirin dal quale, in quanto israeliano, ci saremmo aspettati un film su temi relativi al conflitto palestinese e alla terra promessa; temi che sono sì presenti, ma molto molto sottotraccia ad una commedia ironica e farsesca, quanto mai improbabile seppur tanto vera per sentimenti ed umanità, le cui note dolenti traboccano di malinconia ed amarezza.
È un film corale, ma parliamo di un coretto di poche voci a cappella, una piccola banda, da camera, la storia di un incontro improbabile dicevo, vabbè improbabile, ebrei ed egiziani qualche volta si sono incontrati davvero e non sempre per caso, tra spaesati della terra alla ricerca di un dialogo, alla ricerca di se stessi, il maresciallo e la locandiera, quando la banda passò ……
Verrebbe da dire un gioiellino di film, ma è troppo poco, propenderei per prenderlo tremendamente sul serio, non come un film esotico, ma come una ventata di aria fresca che costituisce veramente qualcosa di nuovo ed originale dal punto di vista dello stile filmico e del modo di proporre i contenuti.
My Blueberry Nights
05/04/2008 - 11:32
Un bacio romantico di Wong Kar Wai.
Baci e mirtilli, crema di vaniglia che si squaglia, si sa, le labbra carnose e vogliose riscaldano e sciolgono i cuori, si forma un paciugo di amore, mirtilli, crema e lacrime, le stesse lacrime che bagnano i ricordi.
Wong non è mai stato così romantico e sensuale.
Un film semplice e lineare che contiene, in piccole dosi, liofilizzate, tutti gli ingredienti del cinema di Wong; il tempo, la memoria, l’irraggiungibilità del desiderio; ma siccome ricalca il già visto ed il già detto, Wong non ci insiste più di tanto, ammicca un po’, fa qualche autocitazione, ma evita di rifare un film già fatto e prosegue per la sua strada, un on the road dove lo spazio non si percepisce come elemento di scorrimento e nemmeno il tempo, che non scorre, ma che è memoria; come al solito, nel cinema di Wong scorrono le donne, 4 donne, il numero canonico della giostra dell’amore di Wong, come in ashes of time ed in 2046; ma stavolta la giostra si ferma al punto giusto; sorpresa! Meravigliose labbra. Meraviglioso Wong. Meraviglioso film.
Cristian Nemescu, un genio che ci ha lasciati a 27 anni,
25/01/2008 - 00:00
regalandoci un lungo, un medio e due corti.
Biografia e filmografia sorprendentemente simili a quella del grande Jean Vigo.
Il Vigo del terzo millennio?
Se guardiamo il suo mediometraggio, Marilena della P7, direi di si, tanto è sorprendentemente contiguo a zero in condotta per il suo ribellismo adolescenziale, iconoclasta e surrealista.
All’inizio il film appare come un compitino sulla periferia degradata di Bucarest, con ragazzi di strada e donne di strada; la P7 mi pare di aver capito sia una piazza o comunque un luogo dove battono; cinepresa a mano sempre in movimento nevrotico, con serie incalzante di sequenze e stacchi frenetici, che descrivono documentaristicamente un mondo ed un ambiente degradato; mano mano che il film procede prendono forma personaggi e sentimenti; pulsioni e ribellismo giovanile, voglia di sesso, sesso represso, sesso impossibile; mano mano che procede da cupo realista il film diventa surrealista, nasce la storia di un amore impossibile, che sublima nella poesia. Il sogno del ragazzo sembra potersi avverare grazie ad un escamotage grottesco ed assurdo, un colpo d’ala del genio dell’autore; ma subito dopo si abbatte il finale, un pugno nello stomaco, che tronca il sogno e riporta alla realtà tragica nella quale era iniziato il film.
California Dreamin’
Sognando California, il film si chiude sulle note, non solo musicali ma anche cinematografiche, di Hong Kong Express; una breve e bellissima coda finale che ne sottolinea il senso, ne illumina l’essenza dei sentimenti e delle emozioni di ciò che è avvenuto e di ciò che è rimasto nella memoria di una cosa accaduta alcuni anni prima; cosa è avvenuto, mah, tutto e niente; il film è la storia di tante storie, piccole storie e grande Storia, intrecciate ed intersecate, di piccoli personaggi che hanno vissuto una giornata particolare, un incontro tra diversi, o forse più che tra diversi tra lontani, che hanno colto l’occasione e appagato la curiosità di conoscersi; un happenig dai mille risvolti, che ha messo a nudo cuori e tensioni di un microcosmo di provincia, che ha lasciato tanti piccoli segni, storie di amicizia ed amore, storie di rivalità, di odio e di rancore non sopiti, che ha lasciato dietro di sé una scia di sangue.
Cristian Nemescu, che nei precedenti corto e medio metraggi aveva usato la sciabola, qui usa il fioretto, se non lo spillo; non rinnega la peculiarità del suo cinema ipnotico ed a volte estremo e grottesco, ma la sublima in uno stile ironico, pacato e distaccato, maturo; non rinuncia a dare, al momento giusto, il pugno nello stomaco; il profilo dei personaggi e della storia sono tenui, tenuti volutamente bassi, ma l’assunto è alto; non ci sono strumenti solisti, il film è una sinfonia corale che prende spunto da un piccolo nucleo tematico e si apre a coda di pavone; l’azione si svolge in tempo quasi reale, il racconto è dilatato e disperso in mille rivoli, crea atmosfere, un senso di nonsense, alla lunga anche un senso di stanchezza; tuttavia il film risulta vario e dinamico, mai monocorde o sbilanciato, tiene bene in equilibrio tutti gli elementi che lo compongono e li amalgama; la macchina da presa è un io narrante, itinerante e onnipresente, che girovaga, curiosa e fruga dappertutto, pedina i personaggi, li analizza e li mette a nudo.
È un film bellissimo, un capolavoro, incompiuto come una sinfonia di Schubert; non saprei dire né di più né di meglio.





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