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Cristian Nemescu, un genio che ci ha lasciati a 27 anni,

di Alessandro

25/01/2008 - 00:00

regalandoci un lungo, un medio e due corti.
Biografia e filmografia sorprendentemente simili a quella del grande Jean Vigo.
Il Vigo del terzo millennio?
Se guardiamo il suo mediometraggio, Marilena della P7, direi di si, tanto è sorprendentemente contiguo a zero in condotta per il suo ribellismo adolescenziale, iconoclasta e surrealista.
All’inizio il film appare come un compitino sulla periferia degradata di Bucarest, con ragazzi di strada e donne di strada; la P7 mi pare di aver capito sia una piazza o comunque un luogo dove battono; cinepresa a mano sempre in movimento nevrotico, con serie incalzante di sequenze e stacchi frenetici, che descrivono documentaristicamente un mondo ed un ambiente degradato; mano mano che il film procede prendono forma personaggi e sentimenti; pulsioni e ribellismo giovanile, voglia di sesso, sesso represso, sesso impossibile; mano mano che procede da cupo realista il film diventa surrealista, nasce la storia di un amore impossibile, che sublima nella poesia. Il sogno del ragazzo sembra potersi avverare grazie ad un escamotage grottesco ed assurdo, un colpo d’ala del genio dell’autore; ma subito dopo si abbatte il finale, un pugno nello stomaco, che tronca il sogno e riporta alla realtà tragica nella quale era iniziato il film.


California Dreamin’

 

 

Sognando California, il film si chiude sulle note, non solo musicali ma anche  cinematografiche, di Hong Kong Express; una breve e bellissima coda finale che ne sottolinea il senso, ne illumina l’essenza dei sentimenti e delle emozioni di ciò che è avvenuto e di ciò che è rimasto nella memoria di una cosa accaduta alcuni anni prima; cosa è avvenuto, mah, tutto e niente; il film è la storia di tante storie, piccole storie e grande Storia, intrecciate ed intersecate, di piccoli personaggi che hanno vissuto una giornata particolare, un incontro tra diversi, o forse più che tra diversi tra lontani, che hanno colto l’occasione e appagato la curiosità di conoscersi; un happenig dai mille risvolti, che ha messo a nudo cuori e tensioni di un microcosmo di provincia, che ha lasciato tanti piccoli segni, storie di amicizia ed amore, storie di rivalità, di odio e di rancore non sopiti, che ha  lasciato dietro di sé una scia di sangue.

 

 

 

Cristian Nemescu, che nei precedenti corto e medio metraggi aveva usato la sciabola, qui usa il fioretto, se non lo spillo; non rinnega la peculiarità del suo cinema ipnotico ed a volte estremo e grottesco, ma la sublima in uno stile ironico, pacato e distaccato, maturo; non rinuncia a dare, al momento giusto, il pugno nello stomaco; il profilo dei personaggi e della storia sono tenui, tenuti volutamente bassi, ma l’assunto è alto; non ci sono strumenti solisti, il film è una sinfonia corale che prende spunto da un piccolo nucleo tematico e si apre a coda di pavone; l’azione si svolge in tempo quasi reale, il racconto è dilatato e disperso in mille rivoli, crea atmosfere, un senso di nonsense, alla lunga anche un senso di stanchezza; tuttavia il film risulta vario e dinamico, mai monocorde o sbilanciato, tiene bene in equilibrio tutti gli elementi che lo compongono e li amalgama; la macchina da presa è un io narrante, itinerante e onnipresente, che girovaga, curiosa e fruga dappertutto, pedina i personaggi, li analizza e li mette a nudo.

 

 

 

È un film bellissimo, un capolavoro, incompiuto come una sinfonia di Schubert; non saprei dire né di più né di meglio.

 

 

 

 

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