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La Mamam et la Putain

di Alessandro

27/05/2008 - 19:21

È uno di quei film di cui ho sempre rimandato la visione al giorno dopo, sperando che quel giorno non arrivasse mai. Puntuale invece è arrivata la resa dei conti: un film di tre ore e mezza tutto in una camera, o quasi; adesso esagero un po’, ma lo dico tanto per rendere l’idea; tre ore e mezza che scorrono via in scioltezza, tanto il film appassiona; la trama è ridotta al minimo e le situazioni si pongono e si ripropongono, con piccole mutazioni di volta in volta, facendo ogni volta un passetto in avanti; un passetto avanti verso dove? È bravo il regista a non far capire dove andrà a parare, lasciare un certo sospeso per quello che potrà succedere, dove, nel contesto creato, tutto sembra possibile; potrebbe essere un dramma o un melodramma,  potrebbe essere una tragedia; tutto viene mantenuto in precario bilico fino alla fine.

 

I dialoghi sono la vera forza di questo film e la regia, nella sua assoluta semplicità e linearità, un io narrante voyeuristico ed invisibile, ne asseconda lo svolgimento e l’atmosfera.

 

Una mamma ed una puttana, ciò che ogni uomo vorrebbe avere per donna; ma non potendo ottenere tutto ciò da una sola donna,  Alexandre (Jean-Pierre Leaud), il protagonista del film, ci prova con due; ma anche con due alla fine della vicenda l’impresa si rivela impossibile, perché … perché …  ci si mette di mezzo l’amore.

 

Film tardivo della novelle vague, 1973, del regista Jean Eustache, autore di pochi film, morto giovane suicida; un film che nelle intenzioni vuol essere sperimentale, controcorrente, provocatorio e spregiudicato, fatto con l’intento di sferrare colpi bassi allo spettatore; è si, un prodotto della novelle vague per stile e contenuti, ma è anche un film atipico che occupa una posizione unica e particolare nella cinematografia; è un film trasgressivo per la sua epoca, sbocacciato sia nel linguaggio che nelle immagini, ma mai volgare; un film arrabbiato che vorrebbe fare arrabbiare, ma che alla fine

 

ma mai volgare; un film arrabbiato che vorrebbe fare arrabbiare, ma che alla fine commuove.

 

È la storia di quello che diventa un menage a tre: Alexandre, bamboccione nullafacente, Lui;  Marie,  la sua convivente, un po’ più anziana di lui, che lavora e lo mantiene, la mamma; libero sesso in libero amore per entrambi, ma con giudizio, la gelosia è sempre in agguato; la disinibizione trova freni ed ostacoli nei risvolti più impensati; poi arriva Veronika, la puttana, infermiera extracomunitaria, che vive in ospedale, arrangiandosi soprattutto coi medici del reparto durante le guardie; non ha problemi ad andare a letto con chicchessia e quindi non si nega nemmeno a  Alexandre; ne nasce il menage a tre, vanno d’accordo, vanno nello stesso letto, si scambiano, ma poi litigano, si creano crepe e tensioni, scenate, il tarlo della gelosia talvolta è più forte di loro, seguono riappacificazioni e rasserenamenti, ma alla fine Veronica cede; si innamora e si sacrifica, rinuncia al sesso e sposerà Alexandre, da cui aspetta in figlio.

 

Veronica diventa strada facendo la protagonista; la sua è una metamorfosi; da immigrata che tira a campare come può, a divertirsi come può, spregiudicata col sesso, le piace il pene (non lo chiama proprio così), lo dice e se se ne compiace, si sente moderna e spregiudicata, si redime da puttana a mamma; la sua quasi ninfomania sublima nell’amore puro, non le interessa più il sesso, scopre l’amore, un amore a tre ma vero, fa un passo indietro nel rapporto con Alexandre, vuole solo un bambino che assomigli all’uomo che ama.

 

Il film mi è molto piaciuto e non mi sembra affatto datato; un film postsessantottino che in realtà pare di più un film ex evento di “prima della rivoluzione”, senza avere forse l’autocoscienza di esserlo; comunque più Bertolucci che Garrel e soprattutto tanto Eustache, grande e sfortunato regista.

 

 

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